9 Dicembre 2019

L’EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI “VUCA”: la Supply Chain dalla caduta del muro di Berlino ad oggi

Ormai una buzzword, il concetto di VUCA merita qualche approfondimento e non può mancare dal dizionario di chi si occupa di Supply Chain Management.

Questo termine è generalmente utilizzato per descrivere un ambiente caratterizzato da:

  • Volatility: volatilità, riferendosi alla natura dei cambiamenti, oggi sempre più veloci
  • Uncertainty: incertezza, per descrivere la difficoltà di prevedere tali cambiamenti
  • Complexity: complessità, per sottolineare la difficoltà di descrivere un sistema caratterizzato da interconnessioni sempre più numerose
  • Ambiguity: ambiguità, per ammettere che molto spesso le informazioni che abbiamo su un determinato fenomeno sono tanto inaccurate e confuse da non permetterci di interpretarlo compiutamente

Nell’approfondire l’origine di questo acronimo, ho scoperto che venne utilizzato per la prima volta nel 1987 nello U.S. Army War College per descrivere il nuovo contesto geopolitico generato dalla caduta del muro di Berlino e dalla fine della guerra fredda. Negli ultimi anni il termine viene citato da molti autori per rappresentare l’incontrollabile arena competitiva in cui oggi operano le imprese e per sottolineare l’importanza di un approccio metodico, innovativo e proattivo nella gestione delle Supply Chain.

In realtà, ciò che si profila all’orizzonte – e ciò che è accaduto negli ultimi 30 anni – rappresenta una sfida ancora più difficile.

JPS ha partecipato alla recente ASCM 2019, la conferenza annuale organizzata da ASCM che raccoglie i professional nel settore del Supply Chain Management dai quattro angoli del pianeta. Il keynote speech di Fareed Zakaria, una delle menti più brillanti del panorama giornalistico americano ed un lucido osservatore del nostro tempo, ci ha confermato la peculiarità di questa fase storica: il business as usual degli ultimi 30 anni – ovvero dalla caduta del muro di Berlino – si è rivelato più complesso di quello precedente (VUCA!), ma alla fine non era così male: l’imprevedibilità del mercato, le attese sempre più elevate dei clienti erano il frutto delle semplicità con la quale merci, persone, idee scorrevano nei network fisici e virtuali. E questo per molti è stato un’opportunità che ha disegnato Supply Chain globali, interconnesse e integrate (più o meno bene, ma questa è un’altra storia!).

Per la prima volta, da trent’anni a questa parte, queste condizioni sembrano oggi non più garantite, o comunque rimesse in discussione: l’orientamento politico prevalente in questa fase storica sembra propendere per un focus più locale che globale, in aperto dissenso con le strategie di internazionalizzazione e globalizzazione che hanno rappresentato il mantra dei primi 15 anni del 2000. Se a questo aggiungiamo l’incertezza che deriva della volatilità del contesto macroeconomico europeo ed in particolare italiano (in stagnazione da anni), la guerra dei dazi, la Brexit, la guerra sul fronte turco siriano, ma anche le agitazioni ad Hong Kong ed in Catalogna, il ricorso a questo acronimo appare quanto mai appropriato e attuale, forse più che in passato.

Per tutti noi professionisti della Supply Chain, questo è un segnale molto forte. Le competenze classiche nella cassetta degli attrezzi di un Supply Chain Manager purtroppo non sono più sufficienti a garantire il successo di un’impresa in un mondo “VUCA”: collaborare tra funzioni per raggiungere più rapidamente gli obiettivi di business, allearsi con fornitori e clienti per sincronizzare il flusso dei materiali attraverso la condivisione di forecast e di cicli di replenishment sono strategie importanti, ma oggi più che mai occorre affiancare ad esse la capacità di saper captare i “segnali deboli” dell’ambiente in cui l’impresa opera, e soprattutto di saperli interpretare per aiutare l’organizzazione a comprendere quali di essi si trasformeranno in nuove opportunità di business e quali invece in pericoli letali.

Le competenze per costruire la giusta rete di relazioni, in grado di allargare il campo visivo e la profondità di sguardo dell’impresa, costituiscono oggi il “valore in più” che il Supply Chain Manager deve portare all’azienda per cui lavora, contribuendo come sentinella vigile ed intelligente (dal latino “intus legere”, cioè “leggere dentro”, ovvero comprendere, raccogliere idee e informazioni riguardo a qualcuno o a qualcosa) al raggiungimento della prosperità economica duratura nel “VUCA world”.

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Nicolella
CPIM, CSCP, CLTD –
JPS Senior Consultant & Instructor

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