Paolo Napoli Scritto da:
Scritto il:
1 Ottobre, 2021

Non potevo credere ai miei occhi quando ho letto questo titolo: “Forget Finance. Supply Chain Management is the Pandemic Era’s Must-Have MBA Degree”.

https://www.bloomberg.com/news/articles/2021-09-03/business-school-mba-students-forgo-finance-for-supply-chain-management-degree

E non era un post linkedin di ASCM, che naturalmente e da sempre vede nella Supply Chain uno strumento essenziale per il business di qualunque organizzazione: a sottolineare come di questi tempi fosse più “must” saperne di Supply Chain che di Finance era niente meno che un articolo di Bloomberg! Non esattamente la testata di riferimento dei logistici…

La lettura ha confermato tutte le premesse: mi ha fatto tornare alla mente una chart con la quale sono solito descrivere il concetto di maturity della Supply Chain. In particolare il seguente passaggio: “For years, we had sort of taken logistics for granted. The pandemic caused us to rethink it”. La frase è di Skrikant Datar- di Harvard Business School -.

Quando descriviamo i diversi gradi di maturità di una supply chain, descriviamo il livello base come quello per cui, suo malgrado, la supply chain rappresenta una zavorra per il business dell’azienda: il mercato non è soddisfatto dalle sue performance, siano esse di quantità, puntualità, velocità o altro riconducibile al flusso del materiale. Quando il telefono del Supply Chain Manager diventa meno rovente, vuol dire che ci si sta avvicinando al “next step”. Siamo ancora lontani dall’eccellenza, tipica dei casi in cui la Supply Chain “è” la value proposition dell’azienda (Amazon Prime ne è l’esempio classico). Ma siamo comunque un gradino sopra al piano terra.

Il rischio di questa lettura, però, è la banalizzazione di un mestiere che oggi è diventato veramente complesso, il dare per scontato qualcosa che in realità scontato non è. Mi spiego meglio: il fatto che la presenza di un prodotto su uno scaffale, l’arrivo puntuale di un componente dal Far East, la disponibilità di un fornitore ad incrementare drasticamente i volumi (e con minimo preavviso) siano intesi come “given” ci dice che il flusso regolare di materiali, informazioni e denaro lungo le filiere (vedere definizione APICS di Supply Chain) sia considerata la normalità. Un granello di sabbia nel meccanismo è quindi un incidente increscioso che la Supply Chain deve risolvere. Alla svelta.

L’articolo di Bloomberg pone la questione sotto una luce diversa: le sfide delle Supply Chain globali sono tali da richiedere un grado di professionalità superiore e non solo nelle grandi multinazionali, ma in ogni azienda. Perché il business di oggi è naturalmente e strutturalmente globale (fornitori ovunque, clienti ovunque) e la dimensione del fatturato non è più un indicatore significativo del grado di complessità.

Ecco quindi che le business school si stanno attrezzando: Penn State Smeal College of Business aggiunge al catalogo un master in Supply Chain Risk Management, W.P. Carey School of Business uno sulla Supply Chain Resilience.

Le percentuali di giovani interessati ad una carriera in Supply Chain crescono ovunque a ritmi impetuosi: io stesso ne sono interessato osservatore e con grande fatica, per la mia azienda, riesco a trovare talenti di prima fascia che non siano già nell’orbita delle grandi multinazionali.

Anche perché ci sono sempre più esempi di CEO che provengono dalla Supply Chain e guidano aziende in forte crescita (chi fosse interessato ad avere qualche dato quantitativo, può verificare l’entità dei bonus intascati di recente da Tim Cook di Apple). Ma questa non è l’unica ragione: oggi occuparsi di Supply Chain vuol dire approfondire temi affascinanti come la modellazione digitale (i digital twin), l’impiego dell’intelligenza artificiale e del machine learning, la gestione dell’esperienza cliente, la sostenibilità. Tutti argomenti che certamente possono motivare – o almeno incuriosire – un neolaureato.

La conclusione dell’articolo non è meno sorprendente del titolo. La frase è di Jarrod Goentzel, dell’MIT: “Any company that says they fully understand their supply chain is lying. It’s time for the profession to wake up. The 20th century was about finance. The 21st century should be about supply chains”.

Goentzel sostiene che i professionisti della Supply Chain dovrebbero essere certificati come gli “accountant” del mondo anglosassone. Per me, questa non è una novità, ma un’autorevolissima conferma.

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