19 ottobre 2018

Big data a misura delle small company

Su Toscana24, il periodico de “il Sole 24 Ore” dedicato alla regione Toscana, un nuovo intervento di JPS.

Paolo Napoli si concentra sulla tematica dei Big data a favore dell’innovazione nelle Pmi: se la politica di sostegno da parte dello Stato può ridurre il capitale necessario, l’azienda deve comunque riuscire a farne scaturire un adeguato ritorno. Occorre quindi molta attenzione nella scelta della tecnologia più adatta o, per meglio dire, più allineata agli obiettivi strategici e alle caratteristiche proprie dell’azienda.

L’articolo è disponibile on line per abbonati a “il Sole 24 Ore” al seguente link e qui riportato in versione integrale.

A gennaio ho partecipato all’inaugurazione di un’academy collegata al concetto di industry 4.0 ed ho ascoltato con grande interesse l’intervento di Antonio Marcegaglia – CEO del gruppo omonimo – sul tema delle nuove tecnologie digitali applicate alla sua azienda (24 stabilimenti, fatturato 2017: 5 miliardi di euro). La manifattura italiana però è quasi completamente costituita da Pmi: come declinare i medesimi concetti su realtà di scala inferiore?
La quarta rivoluzione industriale è ancorata alle tecnologie digitali. Una famiglia numerosa con genitori noti: la connessione tra gli oggetti e tante informazioni disponibili. I dispositivi raccolgono e scambiano dati, che possono essere elaborati per prendere decisioni (magari da una macchina).
Anche le Pmi sono un insieme molto assortito. Limitandosi al manifatturiero, c’è di tutto: dal piccolo pellettiere ai subfornitori della meccanica, dal produttore di vino al mobilificio. Quindi non c’è un’applicazione unica per tutti, ma alcuni filoni si possono identificare: innovazione di prodotto, di servizio e di processo.
L’innovazione di prodotto è appannaggio di coloro che progettano ciò che vendono: qui la tecnologia digitale può offrire strumenti per ridurre il time-to-market, il costo della prototipazione, la comunicazione con altri soggetti che concorrono alla progettazione nella stessa filiera.
L’innovazione del servizio a corredo del prodotto ha un potenziale anche per le aziende che non progettano: penso alla possibilità di tracciare in modo più efficace il prodotto e le materie prime, anche in questo caso in una logica di singola azienda o di filiera. Altro esempio tra mille, il service che può essere offerto dopo la vendita raccogliendo più dati di campo, oppure innovando la modalità di comunicazione e interazione tra cliente e produttore.
Infine, l’innovazione di processo è quella utile per tutti: la tecnologia digitale può migliorare il processo produttivo in sé, ottimizzando le performance delle macchine o fornendo strumenti di monitoraggio e diagnosi più efficace alle persone che le usano; ma può aiutare moltissimo anche nella gestione della produzione: basti pensare all’enorme volume di dati già oggi raccolti anche dalle aziende più piccole, oltre a quelli che possono arrivare dai nuovi asset.
Saper trarre un senso da questi numeri può essere un vantaggio competitivo di per sé: è il tema dei “big data”, rilevante anche per le “small company”.
Il piccolo e medio imprenditore peraltro sa bene che ogni investimento porta con sé un rischio: industry 4.0 non fa eccezione. Se la politica di sostegno da parte dello Stato può ridurre il capitale necessario, l’azienda deve comunque riuscire a farne scaturire un adeguato ritorno. Occorre quindi molta attenzione nella scelta della tecnologia più adatta o, per meglio dire, più allineata agli obiettivi strategici e alle caratteristiche proprie dell’azienda. Ad esempio, per incrementare il vantaggio competitivo è prioritario ottenere un incremento di produttività o deliziare il cliente con un prodotto migliore? Entrambe le opzioni sono promettenti: l’importante è scegliere la tecnologia digitale più funzionale al raggiungimento dello scopo.

 

PAOLO NAPOLI
Partner JPS, APICS Master Instructor of Training
CFPIM, CSCP, CLTD, CS&OP

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